VIA GAGLIARDOTTI - COMPLESSO RESIDENZIALE A VICENZAda L'INDUSTRIA DELLE COSTRUZIONI maggio 1994
di Mario PisaniL'opera di Amatori ci parla del modo di comporre un volume attraverso elementi di sempre, riproposti dal Palladio nel cinquecento attraverso il basamento, l'ordine ed il coronamento; della volontà di esplorare lo spazio espressa dal cornicione, "del vero tetto in coppi". Ci parla dell'armonia nelle bucature, della simmetria, dell'eleganza nella composizione. Il tutto in via Gaglardotti, alla periferia di Vicenza, in provincia di Berlino.
Ci rendiamo conto che la metodologia progettuale massa a punto per l'I.B.A. di Berlino, da Josef Paul Kleihues ed i suoi collaboratori, può costituire un problema per gli urbanisti, all'affannata ricerca di un nuovo status fondativo che renda credibile l'esistenza stessa della loro disciplina. Assai difficilmente però quel modo di procedere, divenuto sempre più emblematico, quella stessa somma di esperienze, che coinvolgendo i migliori ingegni ci permettono di comprendere come è possibile intervenire nelle metropoli all'alba del Duemila, avendo come segno distintivo quello della qualità, può venir liquidato definendo il tutto - come ho sentito di recente - la fiera delle vanità dell'architettura
In questa boutade sembra che gli interventi berlinesi si limitino alla singola costruzione - quasi presa da un catalogo delle occasioni che ogni progettista custodisce nel suo studio - e non scaturiscano invece da una riflessione attenta che si misura con il luogo in cui l'opera si insedia, oltre che con la storia ed il futuro di quella disciplina.
L'esperienza dell'I.B.A. di Berlino nasce invece da una riflessione densa di fermenti, certamente epocale, assai simile a quella che è alla base di ciò che è avvenuto a Barcellona.
Lo hanno spiegato bene - per chi vuol comprendere - l'autorevole progettista di musei e lo hanno dimostrato, confermando le premesse, autori come Krier, Rossi, Bohigas, Ungers o Moor protagonisti di una metologia critica che supera il singolo intervento per misurarsi con le questioni nodali poste dal tessuto urbano, dallo sviluppo e dalla riqualificazione della città.
Mi vengono alla mente queste riflessioni analizzando l'intervento di Mirko Amatori, architetto già noto ai nostri lettori per edifici meritevoli, che ha studio a Vicenza, in provincia di Berlino, proprio perché la sua opera - un
residence composto da due torri quadrate e tre palazzine rettangolari affacciate su una corte - si nutre non certo del gioco delle forme, di quei rimandi stilistici che possono venir notati da una lettura rapida e superficiale, ma da una
filosofia del progetto, colta ed aggiornata che conosce assai bene il magistero del
Palladio, nume tutelare della città, ed è in grado di entrare in sintonia con le esperienze più avanzate, condotte appunto a Berlino, che riguardano la semantica dell'oggetto architettonico ed il valore stesso dell'opera, letto attraverso i riferimenti simbolici che questa riesce ad esprimere.
L'autore infatti parte dalla constatazione che una casa è una casa, ovvero "tetto e focolare, domicilio, strumento di lavoro, merce, edificio, simbolo della condizione sociale".
Ed ancora, come sostiene Simone Roux nel volume La casa nella storia, "uno spazio ben definiti, coperto da un tetto e circondato da una barriere materiale o simbolica" dove l'uomo "ritrova ogni giorno la pace e la sicurezza".
Ma la casa è anche un'altra cosa, scambiata come è stata per una nava arenata, per un flasterio, per una muraglia impenetrabile, per una ideologia lunga un chilometro.
La
casa come finalmente si torna a pensare, soprattutto questo tipo di casa che non vuol essere un manifesto, e dove le risorse della committenza non sono certamente infinite, é una delle opere più difficili e complesse da realizzare proprio perché si é perduta l'immagine stessa della casa, i suoi connotati, la riconoscibilità fisica e simbolica, persino i valori di cui la casa era portatrice. Eppure l'
abitazione é certamente uno degli oggetti architettonici che può dare le più complete soddisfazioni perché il progettista si misura innanzitutto con una funzione essenziale, primaria: il dar ricovero all'uomo sulla terra; inoltre lavora per realizzare un oggetto ful time, valido per tutte le stagioni, ad ogni ora del giorno e della notte, testimone di quasi tutti i momenti, certamente dei più importanti, attraverso i quali scorre e si consuma la calda vita dell'uomo.
Scrive Mirko Amatori aprendoci l'animo:"
Ho immaginato una piccola piazza verde, contornata da un porticato sotto il quale passeggiare".
Attorno a questa corte si raggruppano le tre palazzine rettangolari.
Due torri quadrate sono il portale d'ingresso al piccolo residence.
Per accedere, si passa sotto un ponte, si scende entro mura massicce e dal sottopasso si risale al viale esterno alle case. Si odono giochi di bimbi nella corte interna, c'è quasi la memorai di un portone maestoso che si apre, dello stupore della grande aia con sassi scuri, di lunghe case con pergola affacciatesi su quel teatro operoso.
Il progettista, per tornare a
progettare una casa degna di questo nome, é costretto a parlarci d'altro; si misura con l'intorno evocando la forza ancestrale degli archetipi, quei segni di immediata riconoscibilità perché depositati nell'immaginario di ogni uomo dai quali partire per iniziare a tessere la tela, reimpostare i dati del problema dopo il fallimento delle precedenti esperienze.
Allora vien fuori la piazza, la più antica e valida invenzione dei nostri progenitori dall'Ellade, uno spazio polveroso dove si scambiavano le merci e nasceva il senso dell'incontro.
Si riscopre il porticato, presente fin dal palazzo di Cnosso, quell'elemento che ci invita ad entrare, a ripararci dalla pioggia d'inverno e dalla calura l'estate. Ritroviamo le mura, a memoria di quelle di Micene che ci inibiscono l'andare oltre chiudendo l'orizzonte e costringendo lo sguardo a guardare il cielo. Ci appare Giano difronte, la divinità che sopraintende alle porte attribuendo un senso al rito del passaggio.
Ed ancora la pergola, sintesi estrema rarefatta della colonna: elemento verticale, menhir, totem, azis munti, per dirla con Portoghesi, e l'architrave, l'elemento orizzontale. Il tutto pensato per un connubio meraviglioso tra natura e architettura finalmente pacificati ed in reciproca collaborazione.
L'opera di Amatori ci parla anche d'altro, del modo di comporre un volume attraverso gli elementi di sempre, riproposti dal Palladio del cinquecento attraverso il basamento, l'ordine ed il coronamento; della volontà di esplorare lo spazio espressa dal cornicione, "del vero tetto in coppi".
Ci parlano dell'armonia nelle bucature, della simmetria, dell'eleganza nella composizione. Il tutto in via Gagliardotti, alla periferia di Vicenza, in provincia di Berlino.
We are aware that the design method perfected by the I.B.A. for Berlin by Josef Paul Klaihues and his collaborators may pose town planners a problem in their anxious quest for a new foundational status which would make credible the very existence of architecture as a discipline. However it is difficult that their method of proceeding always more emblematic may allow us to unterstand how to intervene in metropolitan areas in the year two thousand having as its only distinctive feature quality. Nor may il be simply dispelled by defining it all, as recently heard as "a vanity fair of architecture".
It would appear that with this catch phrase the Berlin interventions were limited to single buildingunits, almost taken from a catalogue of bargain designs habitually stored by architects in their studio, and not instead the outcome of a careful assessment, accouting for the place in which the fabric is to be suitably inserted, its background history and the future of architecture,. It was well explained, for those who wanted to understand, by its authoritative museum architect and it was also proved by confirming the expectations by such architects as Krier, Rossi, Bohigas, Ungers and Moore, the protagonists of a critical appraisal wihich goes well beyond the single buildings to measure itself with those crucial questions posed by the urban framework to requalify the city's development.
When analysing Mirko Amatori's housing development the above comments come to mind. The architect who has a studio in Vicenza is already known to aur readers for his praiseworthy designs. It is precisely because this work of his, a housing development which consists of two square towers and three rectangular blocks all facing a courtyard is informed, and not certanly by a superficial formality, or by stylistic quotations which may be quickly appraised, but by a design philosophy which is both learned and updated, yet indirectly conversed with Palladio's architectural mastery, the city's tutelary figurehead as much as it is attuned with more advanced design methods, as had occured in poin of fact in Berlin. These concerned the semantics of architectural statements and a work's value as interpreted through the symbolic reference il succeeds in expressing.
The author starts in fact from the observation that a house is a home, that is "a roof shelter and herth, a place to live and work, a market commodity, and a fabric emblematic of a social condition". Moreover as Simone Roux asserts in his book The house in history, "a well defined space, covered by a roof and surrounded by a symbolic material barrier where man may daily find peace and security".
But houses are also something else, exchanged as they have been, for stranded ships, impenetrable masonry precincts, or kilometre long ideologies. But the kind housing which is returning to be finally considered again, is mainly the housing illustrated here.
It does not intend to be a manifesto, for the clients' resources are certainly not unlimited. Yet it is one of the most difficult complex works to be implemented, precisely because, the housing image itself has been lost, its connotations, its physical and symbolic recognisability, and even the values attributed to housings. Nevertheless housing is certainly one of the architectural themes which cna fully satisfy an architect if he measures himself against its basic functional requisites, primarily, to provide a shelter for man. Moreover if he succeeds in creating a full time object, usable in everi season, and every hour of the day. It attests life's every moment and most certainly the more important ones.
Mirko Amatori openly recounts how he felt about this design. "I have imagined a smoll green piazza, rurrounded by a portico to walk under. Araund this courtyard there are three rectangular apartment houses. Whereas two square towers from the entrance to the housing. To accede one passes under a bridge, decends between massive walls, and from the underpass one walks up again into the highway outside the housng. Chindren may be heard playng in the courtyard. Its imposing gateway opening is remembered as are, the amazement of the large forecourt with its dark cobblestone pavement and long houses with pergolas ovelooking this industrious setting".
The arcnitect to return to designing housing worthy of this neme was forced to narrate something else. He sized up the surroundings to evoke ancestral archetypes, those immediately recognisable sings of the inhabitant's collective memory in order to weave the narrative's plot, thus reorganisign the basic data to avoid the failures of other preceding ezperiences.
Thus it is that the piazza reappears, that old valid invention since ancient Greece, the place where man first apprecianted the meaning of meeting. The portico in also rediscovered, a presence known in archaic times, the amenity which invites to take shelter against rain or excessive sunshine. We rediscover the masonry wall as a barrier which inhibits one from trespassing and encloses the horizon by framing the view of the sky above.
The entrance gateway with its two towers gives meaning to the rite of passage into the privacy of a condominium space. Then there is the pergola, a rarefied synthesis with its vertical compoent, the columns and the horizontal element, the architrave.
The works of Amatori tells us something else. The way of composing a volume through elements which have always been used ever since Palladio in the sizteenth century, the podium, and the order on the floor in between, and the crowining cornice evidencing the scale and spatial quality of a "real roof with Roman tiles".
The design all bespeaks of the harmony of its openigs, of symmetries and the lasting elegance of its composition.